Il Premio Galileo a Stefano Mancuso «Anche le piante hanno memoria»

Corriere del Veneto / di Barbara Codogno

È decisamente green la dodicesima edizione del Premio letterario Galileo per la divulgazione scientifica. Premiato ieri dal rettore dell’Università di Padova, dal sindaco e dall’assessore alla cultura del Comune di Padova nell’Aula Magna di Palazzo Bo, che custodisce proprio la cattedra di Galileo Galilei, vince sui cinque finalisti Stefano Mancuso con il libro Plant revolution. Le piante hanno già inventato il nostro futuro (Giunti, 2017). L’autore, pluripremiato all’estero – sempre per la divulgazione scientifica – è al suo primo premio italiano. Read more

«Le piante, necessarie e intelligenti» A Stefano Mancuso il premio per la divulgazione scientifica

Il Mattino di Padova / di Silvia Quaranta

È Stefano Mancuso, scienziato di fama mondiale e autore di “Plant revolution. Le piante hanno già inventato il nostro futuro” (Giunti, 2017) il vincitore della dodicesima edizione del Premio Galileo per la divulgazione scientifica. Ieri la premiazione nell’aula magna di Palazzo Bo a Padova, di fronte a un folto pubblico di studenti universitari e delle scuole superiori, chiamati ad esprimere il verdetto.

Il concorso prevede infatti una selezione in due parti: la prima scrematura, da cui esce la cinquina di finalisti, è affidata a una giuria composta da scienziati, divulgatori, accademici e comunicatori di alto profilo, quest’anno presieduta da una donna, Sandra Savaglio, oggi docente di Astrofisica dell’Università della Calabria e scienziata alla quale nel 2014 il Time ha dedicato una copertina, citandola come cervello in fuga dall’Europa. La seconda selezione prevede un voto popolare, espresso da un pubblico di duecento giovani lettori.

E la loro scelta, quest’anno, è stata netta: “Plant Revolution” ha ottenuto il punteggio più alto, staccando di molto gli altri finalisti. Stefano Mancuso è attualmente professore all’Università di Firenze e dirige il Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale. Nel 2012″la Repubblica” lo ha indicato tra i 20 italiani destinati a cambiarci la vita e nel 2013 il “New Yorker” lo ha inserito nella classifica dei “world changers”.

“Plant Revolution” è un libro di autentica divulgazione scientifica, di estremo rigore nei contenuti e dallo stile semplice e garbato, che con un pizzico di umorismo riesce a raccontare al grande pubblico le incredibili qualità dell’universo vegetale: le piante hanno straordinarie capacità di adattamento, possono vivere in ambienti estremi, si mimetizzano per sfuggire ai predatori, si muovono senza consumare energia, producono molecole chimiche con cui manipolare il comportamento degli animali (e degli umani).

«Le piante» dice l’autore «sono alla base della vita, letteralmente: noi dipendiamo da loro in tutto, pensiamo solo alla catena alimentare o alla loro capacità di produrre ossigeno, indispensabile alla vita umana. E rappresentano il 95% di tutto ciò che vive sul nostro pianeta: noi non ci facciamo caso perché abbiamo sviluppato una sorta di cecità nei loro confronti, ma basta prestare un po’ di attenzione a ciò che ci circonda».

E non è tutto. «Le piante» continua Mancuso «hanno una memoria del tutto simile alla nostra: sono in grado di ricordare avvenimenti e stimoli a cui sono state sottoposte, e quindi di rispondere in maniera più efficiente quando si ripropongono. E la loro struttura è estremamente evoluta: non è gerarchica come la nostra, dove il cervello controlla gli altri organi. Sono come reti senza un centro, funzionano in maniera distribuita e diffusa. Sono costruite come internet e come tutto ciò che consideriamo moderno: da Wikipedia al bitcoin».

Ai giovani che hanno sostenuto il suo libro, Mancuso ha rivolto un augurio: che qualcuno di loro, nel proprio futuro, decida di dedicarsi a sua volta allo studio delle piante e delle loro potenzialità. Sul podio, al secondo posto Marco Malvaldi (con “L’architetto dell’invisibile. Ovvero come pensa un chimico”, Raffaello Cortina, 2017) e al terzo Gabriella Greison (“Sei donne che hanno cambiato il mondo. Le grandi scienziate della fisica del XX secolo”, Bollati Boringhieri, 2017). Al quarto posto, Anna Meldolesi (autrice di “E l’uomo creò l’uomo. Crispr e la rivoluzione dell’editing genomico, Bollati Boringhieri, 2017), quinti Piero Martin e Alessandra Viola, autori di “Trash. Tutto quello che dovreste sapere sui rifiuti” (Codice Edizioni, 2017).

Galileo Festival Industria a caccia di nuovi saperi

Il Mattino di Padova

Dai big data alle applicazioni nel campo della robotica, l’innovazione viaggia ormai a una velocità che impone cambiamenti strutturali a ritmo incessante. Cambiamenti che impongono riflessioni di fondo sullo stesso concetto di natura umana, che richiedono competenze che mixano elementi filosofici e sociologici con intelligenze matematiche, statistiche, mediche e ingegneristiche. Da questi presupposti prende avvio il programma della sesta edizione del Galileo Festival dell’innovazione, promosso dal portale ItalyPost e dal Comune di Padova, in collaborazione con il Corriere Innovazione – Corriere della Sera, la Commissione europea e Agenda Digitale del Veneto 2020, che si terrà a Padova da giovedì a sabato e che da anni è il principale è più partecipato appuntamento nazionale sui temi dell’Innovazione. Di questi temi si discuterà a 360 gradi alla presenza di numerosi ospiti, tra cui Vito Mancuso, Francesco Profumo, Stefano Micelli, Viktor Mayor-Schonberger, Diego Piacentini, Giovanni Caprara e molti altri.Dio, Uomo e Tecnologia.

A dirigere la manifestazione, anche quest’anno, il responsabile editoriale del Corriere Innovazione ed editorialista del Corriere della Sera Massimo Sideri, che aprirà il Festival giovedì alle 11.30 al Teatro Verdi con un dialogo con uno dei più grandi teologi del nostro tempo, Vito Mancuso, sul tema “Umano Post-Umano: un dialogo su Dio, Uomo e Tecnologia”. Il nodo lavoro e competenze. Alle 18, si discuterà di “Champion a caccia di competenze: le competenze che mancano alle imprese” in uno degli appuntamenti clou della manifestazione che riguarda proprio il tema forse di più grande attualità, ovvero la drammatica assenza di competenze di cui le imprese hanno bisogno. Dopo il saluto di Gilberto Muraro, presidente della Fondazione Cariparo, tre imprenditori racconteranno ai giovani quali sono le competenze di cui hanno estremo e urgente bisogno. Si tratta di Valter Brasso della piemontese Teoresi (che solo quest’anno ha assunto 200 giovani), Emanuela Colosio della bresciana Colosio e Davide Stefanelli di Vem Sistemi. In seguito, il vicedirettore del Corriere della Sera Daniele Manca dialogherà con il presidente della Fondazione Fbk e già ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, e con Stefano Micelli, presidente Progetto Manifattura Milano, su come i sistemi formativi rispondono – o meno – all’enorme quanto inevasa offerta di posti di lavoro, che rischia di limitare la competitività del sistema Paese.

Tra gli appuntamenti principali, giovedì, le presentazioni degli autori finalisti del Premio letterario Galileo per la Divulgazione scientifica: Stefano Mancuso, Anna Meldolesi, Marco Malvaldi, Gabriella Greison, Piero Martin e Alessandra Viola. Il giorno successivo, alle 11.30, in Aula Magna a Palazzo del Bo la proclamazione del vincitore. Dai big data allo spazio. La giornata di venerdì si caratterizzerà per un’altra serie di appuntamenti a partire dalla lezione di Marco Zanetti, docente di Fisica sperimentale alla Scuola Galileiana di Studi Superiori, sul tema “Machine learning: quali applicazioni nella vita di tutti i giorni?”. Alle 10, il focus si sposterà sul tema della proprietà intellettuale con un dibattito curato da Studio Bonini, “Brevetto o Segreto? Dai trade secrets alla cultura dell’innovazione”: protagonisti, tra gli altri, Maurizio Bianchini, docente di Diritto commerciale dell’Università di Padova ed Ercole Bonini, fondatore Studio Bonini. Alle 15, la lectio magistralis di Viktor Mayor-Schonberger, docente di Internet Governance and Regulation all’Università di Oxford e autore di Reinventare il capitalismo nell’era dei big data (Egea) che discuterà di “Big data revolution: l’etica nella società interconnessa”. Il pomeriggio prosegue alle 16.30 con l’intervento di Massimiano Bucchi, docente di Sociologia della Scienza dell’Università di Trento e autore di “Come vincere un Nobel. Il Premio più famoso della scienza”.I grandi della ricerca. La conclusione del Festival, sarà interamente dedicata al “Futuro della Ricerca” e alla presentazione di ricercatori che stanno rivoluzionando le scienze a livello internazionale. Tra i protagonisti dell’incontro curato con Airc e Armenise Harvard Foundation, nomi come Elisabetta Dejana, chief Vascular Biology Program Ifom, Firc Institute of Molecular Oncology Foundation, , Andrea Mattevi, docente di Biologia molecolare e Genetica dell’Università di Pavia, e Graziano Martello, ricercatore dell’Università di Padova.

Il Festival Galileo tra spazio e scienza

Corriere della Sera / di Elena Papa

Dipende da quale lato la si guarda, se quello più scientifico o quello più artistico, ma è sempre Padova. In questa contrapposizione che gioca con la storia, tra le ricerche di Galileo e i dipinti di Giotto, la città si aggiudica il titolo di “centro dell’innovazione”. E se la seduzione per l’arte non lascia scampo entrando nella Cappella degli Scrovegni, il monumento Memoria e Luce dell’architetto statunitense Daniel Libeskind identifica più di ogni altro capolavoro la vera essenza di Padova.

In questa cornice s’inserisce la manifestazione internazionale giunta alla sua sesta edizione: il Festival dell’Innovazione Galileo diretto da Massimo Sideri, editorialista del Corriere della Sera e responsabile editoriale di Corriere Innovazione (media partner dell’evento), e promosso da ItalyPost. Una tre giorni, dal 17 al 19, che prende il via con un dialogo su Dio,uomo e tecnologia con il teologo scrittore Vito Mancuso, prendendo spunto dal suo ultimo libro il Bisogno di pensare. Perché se nel nostro rapporto con la tecnologia «c’è una grande macchina che ci guarda e ci controlla, proprio come un Dio» — per usare le parole di Mancuso — allora forse esiste il rischio di idealizzare troppo il rapporto tecnologia-religione tanto da arrivare a pensare che, grazie all’intelligenza artificiale, potremo vivere fino a 120 anni.

Ma l’innovazione abbraccia tutti i campi, primi tra tutti quelli dell’industria. Così, se la quarta rivoluzione industriale ha portato all’Industria 4.0, è vero che le aziende, specie quelle emergenti, stanno cercando di capire come sfruttare al meglio le nuove tecnologie come l’Internet of Things, la robotica e l’intelligenza artificiale. L’argomento verrà ripreso durante l’evento Chi sono i Champions che competono con le global companies, al Caffè Pedrocchi. A parlare delle competenze del futuro saranno Daniele Manca,vicedirettore del Corriere della Sera, e Francesco Profumo, presidente della Fondazione Bruno Kessler e presidente Compagnia di San Paolo.

Forse non sarà l’intelligenza artificiale a farci diventare ultra centenari, ma sicuramente una buona qualità della vita, accompagnata dalla giusta alimentazione possono contribuire a farci vivere più a lungo. «Perché — racconta Eliana Liotta, giornalista e autrice di best seller di divulgazione scientifica come “La Dieta Smartfood” — si può dilatare la giovinezza e invertire il processo di invecchiamento», ne parla nel suo L’età non è uguale per tutti (La Nave di Teseo), il libro scritto in collaborazione con i medici dell’Humanitas che verrà presentato in anteprima proprio a Padova.

Droni e automobili che si guidano da sole, così si presenta la smart city. Ma una città, per aggiudicarsi il titolo di città del futuro non basta che sia digitale, occorrono anche investimenti in capitale umano e sociale. Rischi e opportunità della città intelligente è il tema del dibattito tra Aldo Bisio, ad di Vodafone Italia, e Diego Piacentini, commissario straordinario per l’Agenda digitale.

Quale sarà la moneta del futuro? La nuova frontiera e i pagamenti digitali con l’intervento di Nicola Saldutti caporedattore dell’economia del Corriere. Presente alla manifestazione anche il primo astronauta italiano Franco Malerba che incontrerà Giovanni Caprara, editorialista scientifico del Corriere della Sera. L’ex ministro Maria Chiara Carrozza, invece, interverrà in un evento parallelo presso l’Università di Padova.

Se dal 1911 al 2015 , in Italia l’unico premio Nobel nelle discipline tecnico-scientifiche assegnato alle donne è stato a Rita-Levi Montalcini, a palare di come si vince un Nobel sarà Massimiamo Bucchi, docente di Sociologia della Scienza dell’Università di Trento.

Diamanti: «Il populismo? Si incrocia con la democrazia»

Il Mattino di Padova / di Roberta Paolini

Il populismo come cifra del presente, l’attitudine alla crescita e poi alla normalizzazione di un movimento che diventa politica e si impone come distributore di utopie, che annienta i corpi intermedi e si insinua come estremismo del senso comune in una modernità distrutta dai bit nella sua realtà concreta e ricomposta in una realtà altra, digitale, illusoriamente libera, individualistica e tremendamente sola. Una realtà vissuta come eu-topica e nostalgica ma che rivela la sua base atopica, il suo spaesamento.

Ilvo Diamanti ne ha scritto a quattro mani con il sociologo Marc Lazard, il più attento analista francese dei fatti politici italiani, l’hanno chiamata Popolocrazia, intitolando il loro ultimo libro. Un titolo che in netta antitesi con il termine più nobile “democrazia” e indica, al contrario, un potere immediato. Il passaggio da democrazia rappresentativa a democrazia diretta è la popolocrazia.

Sabato al Teatro Olimpico di Vicenza il direttore de il Mattino di Padova, la tribuna di Treviso, la Nuova di Venezia e Mestre e del Corriere delle Alpi, Paolo Possamai ne ha discusso insieme al politologo e sociologo italiano Diamanti e la storica Karoline Roerig all’interno de Il Festival Città Impresa. Ne sono emersi alcuni tratti distintivi che partendo dalle analisi puntuali di Diamanti disegnano i contorni e le destinazioni del successo di partiti come il Movimento 5 Stelle e la Lega. «Il populismo viene usato spesso come concetto indefinito – dice Diamanti – lo utilizziamo con la sua valenza prescrittiva e non descrittiva.

Nel pronunciare la parola si dà un giudizio, ciò che non ci piace è populista. Dimenticando che la base semantica è il suo riferimento al popolo, al demos». È quel sentimento di antipolitica che in Italia, come ricorda Possamai, «diede origine negli anni Quaranta al Fronte dell’Uomo qualunque, che raccoglieva il consenso di quelli che non si sentivano rappresentati». Tre sono le colonne che supportano il populismo: «La critica delle élite, la domanda di confini, se non esiste un altro, uno straniero, che definisca non esiste il populismo», ma gli altri sono anche l’establishment, nella sua forma compiuta e globalizzata: l’Unione Europea. «Infine – dice Diamanti – la critica alla democrazia rappresentativa».

L’utopia digitale spinge infatti a credere che sia possibile ricreare l’Agorà, «il mito di poter ricostruire la piazza e dare vita ad una democrazia immediata, privata di corpi intermedi, una democrazia diretta». Questa sfiducia nel presente ribadisce Diamanti alimenta i movimenti e i partiti populisti, è il loro carburante, perché dà voce a coloro «che si sentono periferie rispetto al potere». «Eppure in Francia ha vinto un campione dell’establishment come Emmanuel Macron», fa notare Possamai. La risposta di Diamanti e Roering destabilizza: sia Macron che Angela Merkel, emanazioni del potere costituito, hanno mutuato le categorie populiste per contrastare l’avanzata dei movimenti alternativi al sistema. Ed hanno vinto per questo. Di più, hanno personificato la loro offerta politica:«Il populismo è il partito dei capi, dei leader in cui ci si può identificare» dice Diamanti. E così En Marche!, il partito di Macron ripropone proprio le iniziali del nome del presidente francese EM. Mentre la Cancelliera diventa la garanzia per la Germania con la sua Grosse Koalition.Ma se il populismo contagia l’establishment, a sua volta partiti come il Movimento 5 Stelle ammorbidiscono i toni e si “normalizzano”. «È la controdemocrazia cristiana – spiega Diamanti – il partito di massa che opera in Italia con una trasversalità politica assoluta, assorbendo voti a destra e a sinistra, il populismo non è più deprecabile è incrociato con la democrazia».

Cassese: «Per riformare la burocrazia servono dieci anni: nessun politico lo fa»

Corriere del Veneto / di Gian Maria Collicelli

«C’è un malato, con una malattia che tende a non curare». Nella metafora sanitaria del giudice emerito della Corte costituzionale, Sabino Cassese, si coglie alla perfezione lo stallo in cui versa il sistema amministrativo del Paese. Dove il «malato» è la pubblica amministrazione, la «malattia» è la burocrazia – almeno nella sua parte più negativa e impattante – e l’empasse è generata dalla politica. «Per riformare la pubblica amministrazione servono almeno una decina d’anni – è il pensiero di Cassese – con costi nell’immediato e risultati solo nel medio-lungo periodo. E questo di certo non incentiva i governi a impegnarsi in una riforma seria e profonda del sistema, quando invece il tema dovrebbe essere il primo punto di un qualsiasi programma di governo del Paese». Insomma, per il giurista il dito contro la burocrazia in realtà andrebbe esteso anche al mondo politico: «In presenza di governi deboli servirebbero amministrazioni forti, ma ciò non avviene».

Cassese, già ministro per la Funzione pubblica nel Governo guidato da Azeglio Ciampi negli anni 1993-1994, ha tenuto ieri una lectio magistralisdal palco del teatro Olimpico sul tema «Stato e imprese, dove hanno origine le strozzature burocratiche», nell’ambito del programma del Festival città impresa. Una lezione sul mondo della pubblica amministrazione e su quello che il moderatore della mattinata, il direttore del Corriere del Veneto Alessandro Russello, ha definito «un mostro», ovvero la burocrazia.

Ma non c’è da aspettarsi solo un atto d’accusa contro quel «mostro». Il ragionamento di Cassese è più ampio, parte da alcuni esempi in cui carte, norme, sentenze o passaggi obbligati rallentano le opere e le iniziative pubbliche e arriva a un punto chiave: «Se la burocrazia è un ostacolo – ha detto ieri il giurista- c’è qualcosa che blocca a sua volta la burocrazia e la pubblica amministrazione in generale».

Cassese individua diverse cause che influiscono nelle strozzature burocratiche. Parte dal mondo politico («Ogni Parlamento cerca di disegnare leggi che superino la burocrazia creando però norme sempre più complesse che complicano le cose»), coinvolge la magistratura («Quando i giudici arrivano ad essere decisori di ultima istanza su opere e progetti») e mira anche all’interno della stessa funzione pubblica: «La differenza di stipendi porta i bravi tecnici, da molti anni, a passare dal pubblico al privato. Con il risultato che la pubblica amministrazione esternalizza sempre più decisioni, progetti e pure idee progettuali, aumentando costi e tempi». Non aiutano nemmeno le nomine politiche influiscono: «Ogni governo nomina i propri funzionari e siccome in media gli esecutivi durano poco – ha affermato ieri Cassese – il ricambio è continuo e le competenze non emergono».

Il risultato è un paradosso, ben spiegato dal giudice emerito: «Il governo addita la burocrazia e la burocrazia è scontenta del governo e dello Stato». Un vulnus, dunque. Tuttavia la ricetta per uscirne c’è: «Servono competenze e non improvvisazione – ha chiuso l’insigne giurista – si deve cambiare organizzazione e paradigma di ragionamento tenendo a mente la variabile tempo, ma tutto questo deve entrare nell’agenda politica. Non se ne parla nei programmi di governo eppure dovrebbe essere uno dei primi punti all’ordine del giorno».