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De Bortoli: «Uscire dall’euro sarebbe una follia»

Corriere di Bergamo / di Donatella Tiraboschi

Se in vita loro hanno visto pochissime banconote da 500 euro (ma ci sarà tempo), di certo non hanno la più pallida idea di cosa e come fossero le lire. I ragazzi che lo ascoltano non erano ancora nati, quando in circolazione c’erano le 100 mila lire con il volto del Caravaggio sulla filigrana. E quando nel 1992, nel famoso mercoledì nero del 16 settembre, il bigliettone con la cesta di frutta si trovò di colpo svalutato del 30% sul dollaro, con gli italiani che poco prima si erano trovati alleggeriti del 6 per mille sui conti correnti.Eppure Ferruccio de Bortoli, giornalista, ex direttore del Corriere della Sera e presidente di Longanesi, nella sua lectio magistralis, «Il caso italiano spiegato ai giovani», parte proprio da quel momento della storia economica del Paese. Cita fatti e personaggi sconosciuti alle giovani generazioni (Fazio, chi? Amato?), sorprese nell’apprendere di manovre patrimoniali perpetrate nottetempo e di improvvide uscite dai sistemi monetari, lo Sme allora, ma «uscire dall’euro sarebbe una follia», afferma de Bortoli, per arrivare al presente. Difficile. Oggi imperversano «outlook, rating, downgrading e investment grade», l’inglese terreo della tecnicalità finanziaria, traducibile in modi semplici. «Ci sono quattro grandi agenzie che giudicano la serietà dei debitori», spiega a proposito dell’ultimo giudizio di Standard & Poor’s. Il debitore, in questo caso, è lo Stato, anche se — rileva de Bortoli — il debito non lo hanno fatto Di Maio e Salvini».

Detto questo, il tono si fa greve all’improvviso: «Che vergogna. Siamo andati in Russia a chiedere di comprare i nostri titoli di Stato, dimenticando che non esiste l’elemosina internazionale. Un Paese indebitato è esattamente come un uomo: meno libero». La base dell’educazione finanziaria è servita, con un concetto etico dirimente — chi ha debiti ha padroni — accompagnata dall’immagine che fece il giro del mondo: il pensionato greco in lacrime davanti ad un bancomat vuoto. I ragazzi che prelevano, mica ci pensano; trovano i bancomat sempre pieni (e poi ci sono sempre papà e mamme eroganti).«Ma se dovessimo perdere l’affidabilità creditizia e scendere di un paio di gradini — rimarca — nel giro di 5 settimane entreremmo in crisi di liquidità e a farne le spese sarebbe la parte più debole della società. Come la mancanza di sangue nel sistema circolatorio del corpo umano, la finanza non è qualcosa di diverso, di altro rispetto all’economia e alla democrazia. Chi dice il contrario spaccia il falso».

Non solo di numeri, ma anche di aspettative è fatta l’economia: spesso e volentieri le une influenzano gli altri. Basta dare un’occhiata alla slide: 15 maggio spread a 129 punti, 26 ottobre siamo a 310. «Tutto quello che è accaduto — osserva de Bortoli — è sulla base di una legge che non è ancora stata approvata. Abbiamo già pagato un costo senza aver fatto nulla. Non si può parlare in modo irresponsabile. Aver attaccato Draghi significa essersi fatti male per nulla». Fortunatamente, oltre che essere santi, eroi e navigatori, gli italiani sono anche un popolo di risparmiatori: «Ma il risparmio finanziario, che è il doppio del debito, è in capo agli italiani e non si può pensare assolutamente di disporne» e la posizione patrimoniale netta dell’Italia è buona. «Ma la situazione nella variabile economica è ingiusta», aggiunge, definendo «scandaloso» un dato che «non dà futuro. In Italia si spende in formazione il 3,9% del Pil, che coincide con gli interessi sul debito pubblico. Il talento paga poco, non favoriamo l’occupazione femminile e gli investimenti sono pochi. Oggi come per i governi precedenti. E questo significa che abbiamo segato il ramo su cui siamo seduti». Cadere con le lame in mano può essere ancora più pericoloso.