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Faggin: «Non dobbiamo temere le macchine ma gli uomini»

Il Trentino / di Matteo Cassol

«Non dobbiamo temere le macchine, ma gli umani che controllano quelle macchine»: a dirlo è Federico Faggin, a cui si devono il primo microprocessore della storia (l’Intel 4004, realizzato all’inizio degli anni Settanta) e le successive due generazioni. Il fisico, inventore e imprenditore sarà uno dei protagonisti del festival “Informatici senza frontiere”, in programma a Rovereto da domani a domenica.Faggin, lei tratterà delle differenze tra l’intelligenza umana e quella delle macchine. Cosa ci può anticipare al riguardo?«Sono temi trascurati per qualche tempo che tornano ora di attualità in virtù dei progressi della tecnologia. Da trent’anni studio la natura della consapevolezza e della coscienza. Ho idee ben precise su cosa è possibile fare con i computer e cosa no».

I computer potranno essere consapevoli? «No. La consapevolezza è una proprietà irriducibile della natura. Ciascuno può avere esperienza del fatto che dentro di noi c’è un significato, che non esiste assolutamente nelle macchine, che si limitano a usare simboli astratti. Tutti quelli che hanno spiegato la consapevolezza attraverso proprietà della materia non sono riusciti a cavare un ragno dal buco. E tutti quelli che hanno pensato di realizzare un computer consapevole sono arrivati alla conclusione che non è possibile: io ci ho messo vent’anni di studio e negli ultimi dieci anni sto tentando di sviluppare un modello che prevede due realtà non separabili, una interna semantica e una esterna simbolica».

Non potranno influire gli avanzamenti tecnologici? «Quando qualcuno ci dice che fra quarant’anni arriveremo ai computer consapevoli, dobbiamo sapere che non è possibile né per un computer classico, né per un computer quantico. La macchina non può fare altro che leggere dei simboli astratti. Siamo noi a “insegnare” alla macchina le relazioni tra i simboli, fornendo esempi e reti neurali che possano accedere ai dati che mettiamo a disposizione. La macchina è una nostra creazione, non è emersa da un campo di consapevolezza. Se la consapevolezza non c’è all’inizio, non può essere inserita dopo».

Dunque le macchine non si evolveranno? Non prenderanno mai il controllo? «Le macchine sono strutturate da noi. Un computer non può diventare autonomo, al di là della limitata autonomia per singole mansioni che gli abbiamo dato all’inizio. L’evoluzione delle macchine è limitata a fare meglio il compito per cui sono state create. Oggi non siamo in grado di realizzare macchine con più scopi, in grado di risolvere più di un problema. E non è nemmeno immaginabile che una macchina possa utilizzare il buon senso per gestire una varietà di compiti».

L’essere umano perciò è migliore della macchina? «Noi non siamo veloci, non siamo bravissimi a fare una cosa, ma facciamo miliardi di cose diverse. La nostra versatilità è unica e non può essere trasmessa alle macchine, che tra l’altro avrebbero bisogno di un hardware in grado di modificarsi continuamente come il nostro cervello, guidato dall’intenzione, dalla comprensione e dal libero arbitrio, che non saranno mai capacità della macchina. La macchina può avere solo imitazione di comprensione. Ci sarà sempre una domanda fatta a una macchina che farà cascare l’asino».

Anche chi parla di intelligenza artificiale lo fa a sproposito? «L’intelligenza artificiale, dopo anni di promesse non mantenute, ormai è un fatto acquisito. Ci sono macchine quasi completamente in grado di guidare da sole. Ma l’intelligenza non è consapevolezza. L’intelligenza per le macchine è la capacità di risolvere problemi secondo regole stabilite dall’uomo. Noi possiamo creare regole e disobbedire alle regole. I computer no. Il pericolo, semmai, sono le persone che creano le macchine, che – conclude Faggin – possono usarle per controllarci».