La natura è geniale

di Daria Bignardi / Vanity Fair

La professoressa Barbara Mazzolai è una pioniera della robotica bioispirata, ed è la più importante degli scienziati di questa materia in Italia. Ha pubblicato un libro con cui fa capire con facilità come gli esseri viventi senza cervello, in sostanza le piante, siano capaci di soluzioni geniali.

Ho sempre sospettato che le piante fossero geniali: Barbara Mazzolai lo ha provato, e spiegato. Barbara Mazzolai è una delle scienziate più importanti del nostro Paese. È direttrice del Centro di Micro-BioRobotica dell’Istituto Italiano di Tecnologia e fa ricerca nel campo della robotica bioispirata, che ha l’obiettivo di realizzare nuove tecnologie partendo dallo studio di piante e animali invertebrati.

Su queste tematiche ha pubblicato quasi trecento lavori scientifici e il libro La natura geniale. Come e perché le piante cambieranno (e salveranno) il pianeta con Longanesi, che è appena entrato nella cinquina dei finalisti del premio Galileo 2021 per la divulgazione scientifica. Cos’è la robotica bioispirata? È la disciplina che progetta robot a imitazione degli esseri viventi. La professoressa Mazzolai è la madre della biorobotica italiana, ed è la più importante degli scienziati di questa materia in Italia. Noi siamo abituati a pensare ai robot in forma umana, ma per esempio esiste il polpo in silicone Octopus, ideato da Cecilia Laschi del Sant’Anna di Pisa, soffice quindi meno pericoloso nell’interazione con l’uomo, o il Robofish, che si muove con disinvoltura in acqua.
Il libro di Barbara Mazzolai fa capire con facilità una cosa affascinante e meravigliosa: che anche – anzi forse soprattutto – gli esseri viventi senza cervello, in sostanza le piante, sono capaci di soluzioni geniali.
Anche da questo concetto è nato il Plantoide, il robot inventato proprio dal suo laboratorio: il primo robot al mondo ispirato alle radici delle piante nei loro movimenti, che nasce per l’esplorazione del suolo ed è molto utile per l’agricoltura e il monitoraggio ambientale. Ormai il valore del suo Plantoide è indiscusso, ma nel 2008, quando Mazzolai cominciò a portare l’idea ai convegni, fu accolta in modo tiepido dai suoi colleghi. Lei non se ne cura perché ha troppo da fare. Io, da quando l’ho letta, non riuscirò mai più a staccare un rametto da una siepe.

Lei non se ne cura perché ha troppo da fare. Io, da quando l’ho letta, non riuscirò mai più a staccare un rametto da una siepe.

Per ascoltare l’intervista radiofonica clicca qui.

 

SE IL ROBOT È BIODEGRADABILE

di Alice Politi

Ci vuole uno sguardo capace di «andare oltre» per intuire le sorprendenti potenzialità di una stretta relazione tra regno vegetale e tecnologia avanzata. Barbara Mazzolai è una pioniera della robotica «bioispirata», ossia colei che ha convinto la comunità robotica internazionale dell’importanza di studiare le piante per imitarne quelle abilità naturali che le rendono «geniali».

Laureata in Scienze Biologiche all’Università di Pisa, un dottorato di ricerca in Ingegneria dei Microsistemi all’Università Tor Vergata di Roma, oggi dirige a Pontedera il Centro di Micro-BioRobotica dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. Qui, nel 2012, è stato realizzato il Plantoid, primo robot al mondo ispirato alle radici delle piante per l’esplorazione di ambienti non strutturati.

Perché le piante sono così speciali?
«Le consideriamo organismi statici, incapaci di interagire con l’esterno. Invece sono sempre in crescita, si muovono, percepiscono l’ambiente circostante, cambiano morfologia e creano strategie di adattamento senza un cervello, ma usando capacità di controllo distribuite lungo la loro struttura. Per noi, che studiamo il movimento da imprimere a robot che devono spostarsi e avere capacità di percezione e comunicazione, sono un modello perfetto».

Come si trasferiscono nella robotica certe caratteristiche  biologiche?
«Osservare come funzionano le radici ha permesso di creare endoscopi che si muovono in profondità sia nel corpo umano, sia nel sottosuolo per il monitoraggio ambientale, riducendo la pressione e gli attriti. Studiando le tecniche dei rampicanti, invece, abbiamo riprodotto spine artificiali a forma di uncino applicabili come un cerotto sulle ruote dei robot oppure sulle foglie delle piante, per curarle con un rilascio localizzato di farmaci».

Nuovi obiettivi?
«Imitare i semi per creare microrobot che rilasciati nell’ambiente si muovano senza bisogno di energia, solo trasportati dal vento o grazie all’interazione con l’umidità. Consentiranno di monitorare la qualità di aree e luoghi anche remoti, ma senza inquinare: saranno biodegradabili e terminata la loro funzione scompariranno».